mercoledì 29 agosto 2012

Psico-recensione di "Le Vite degli altri"


Corso di “Psico-cineforum”, Scuola “F. Besta”, a.s.  2011/12,
prof. De Domenico
Recensione di “Le vite degli altri”, di Florian Henckel Von Donnersmarck

Invece al cinema quando si riguarda per la decima volta… un film che ormai si conosce a memoria… si comincia ad analizzarlo nei dettagli e si impara molto
Francois Truffaut

Hauptmann Gerd Wiesler = agente della Stasi
Christa-Maria  = l’attrice teatrale
Laslo Georg Dreyman = lo scrittore-sceneggiatore
Oberstleutnant Grubitz = il diretto superiore di Wiesler
Minister Bruno Hempf = il ministro
Paul Hauser = regista estromesso
Albert Jerska = il regista estromesso


L’inizio è una scritta bianca su sfondo nero, e ci informa dell’ambientazione, del momento storico. La Glasnost è il processo di trasparenza avviato da Gorbaciov, allora presidente dell’Unione Sovietica, che portò la trasformazione delle dittature pseudo-comuniste (in realtà con un regime di capitalismo di Stato) in democrazie più o meno liberali e liberiste, seppure contro il suo volere, con tutti i pro e i contro del caso.
E’ un avvio che ci annuncia uno stile sobrio, documentaristico, ci ricorda che parla di storie vere, anche se questa in particolare è inventata, ma sicuramente non inverosimile. Nei contenuti speciali del film il regista ci dice che la moglie dell’attore protagonista, (Wiesler), con la quale aveva avuto un figlio, era un’informatrice della Stasi.
La scritta è stilizzata secondo i caratteri delle vecchie macchine da scrivere, questo
ci rimanda a un nodo cruciale del film.
Il dialogo che segue è un piccolo capolavoro di illustrazione di tecniche di lavaggio del cervello:
-         Non ha fatto niente, non sa niente. Di conseguenza crederà che noi arrestiamo integerrimi cittadini per puro capriccio.
-         No, io…
-         Se ci considera così poco rispettosi dei diritti umani avremmo fatto bene ad arrestarla anche se non ha fatto niente.

Questa affermazione pone l’interrogato in una condizione paradossale, senza via d’uscita: o l’interrogato si confessa colpevole, o si dichiara innocente, ma anche in tal caso rivelerà la sua colpevolezza, perché se dubita così fortemente del suo Sato è chiaro che ne è nemico. La comunicazione paradossale è stata a lungo studiata dagli psicologi (e non solo) sistemici, Watzlawick, Beavin, Jackson e altri in “La pragmatica della comunicazione”, definendola come una delle concause che, a lungo protratte nelle famiglie, pur senza il volere dei genitori, può portare a gravi disturbi psichiatrici, schizofrenia compresa. Essa però può essere e viene utilizzata anche nella cura, stabilendo un “doppio-legame terapeutico”.
Quando uno degli studenti, rendendosi sospetto, chiede francamente se non sia disumano tenere sveglio così a lungo il detenuto, Wiesler segna il suo cognome: anche lui potrebbe essere un nemico. Poi risponde:
-         Un innocente diventa tanto più furioso quanto più a lungo prolunghiamo il suo fermo, perciò grida e minaccia. Col passare delle ore il colpevole diventa più tranquillo. Non parla, o piange. Sa che l’arresto è giustificato. Quando si vuole capire se qualcuno è innocente o colpevole il modo migliore è continuare a interrogarlo finché non ne può più.
Ancora, l’interrogato è considerato colpevole in quanto ripete sempre le stesse cose.
Qualunque cosa faccia, l’interrogato è colpevole. Non viene considerato il fatto che in uno stato dittatoriale gli amici di chi è appena fuggito si sentirebbero comunque indiziati di averlo aiutato, e sarebbero terrorizzati di essere stritolati in una macchina oppressiva. E’ un meccanismo molto simile a quello dell’Inquisizione medioevale e rinascimentale (sono state bruciate più “streghe” ed eretici dal ‘500 in poi, per contrastare la Riforma): o la strega confessava, oppure, se ancora non confessava, dopo tante torture, era segno che certamente il diavolo la stava aiutando: infatti torturarla fino alla morte e finché confessava e rinnegava il demonio era, dal punto di vista degli inquisitori, nell’interesse dell’anima della strega.

Quando Grubitz lo va a trovare, Wiesler lo apostrofa schiettamente: “Cosa ti serve?” …. Sa già dove il superiore vuole arrivare. Sa che non è un amico e che se è andato a trovarlo c’è un motivo “concreto”.
Scena del teatro: la caratteristica più bella del film è che si svolge su almeno tre piani di recitazione, che corrispondono ognuno a un livello di realtà:
1)    il piano più ovvio in ogni film: il fatto di dover recitare per raccontarci la loro storia.
2)    il piano della recitazione teatrale all’interno del film (il teatro nel film);
3)    il piano della storia del film (sceneggiatura), che descrive l’evolversi della vicenda, in cui ognuno deve recitare una parte davanti agli altri per averne dei vantaggi e soprattutto per non subire degli svantaggi;
Il film è strutturato in modo che questi diversi piani si mescolino continuamente tra di loro, coinvolgendo anche noi nel dilemma: quanto, giorno per giorno, siamo ‘veri’, e quanto recitiamo?
Per semplificare: se sono un attore e saluto uno perché è un regista, anche se mi è antipatico e non vorrei salutarlo, sto ‘recitando’ nella vita reale. Se lui poi mi dà una parte teatrale, dovrò recitare in questa parte secondo dei canoni teatrali, quindi sarà come scendere a un altro tipo/livello di recitazione. Se infine all’interno nella commedia o dramma teatrale si parlasse e si inscenasse la costruzione di un film avremmo un altro livello ancora. Chiamasi quest’ultima modalità: “Il film nel film”, dove la narrazione per lo spettatore si intreccia con una ulteriore narrazione all’interno del film, subordinata a quella principale.
Alcuni esempi di “film nel film”: “Effetto notte” (Truffaut), “Otto e mezzo” (Fellini) e “Il Caimano” (Moretti). Qui, come nel capolavoro:“Vogliamo vivere”, di Ernst Lubitsch, abbiamo il teatro all’interno del film.

Nella prima scena svoltasi nel teatro abbiamo un esempio dell’intrecciarsi di questi livelli: Grubitz, il diretto superiore di Wiesler, ha appena detto che Georg Dreyman è sicuramente “pulito” da ogni sospetto. Poi, appena presentatosi al ministro, comincia con la retorica di partito, che invece non usava col suo subordinato.
“Siamo scudo e spada del partito”! E quando quello gli chiede di Georg dice subito l’esatto contrario di quanto ha affermato poco prima, per soddisfare la sottintesa richiesta del superiore. “Se troverà qualcosa contro di lui avrà un grande amico nel comitato centrale”. Georg è già condannato. Non importa la verità, se sia innocente o colpevole: bisogna trovarlo colpevole, e Grubitz ne avrà dei vantaggi.
Il ministro Bruno Hempf  interrompe bruscamente la musica e la danza di Georg e di Christa-Maria: è rivelatore e annuncio di quanto avverrà nel film. Egli è viscido, rozzo, non ha alcuna armonia, gentilezza, delicatezza, sa solo avvalersi del suo potere per imporre i suoi istinti più elementari con meschinità e prepotenza.
Hauser ricorda che la definizione di “ingegnere dell’anima”, con tanta enfasi appena ricordata dal ministro, è di Stalin. E’ ovvio che c’è del sarcasmo in questa osservazione. Hauser, in tal modo, gli ricorda che è uno stalinista.
Il dialogo tra Georg e Hempf  rivela già il compromesso in cui si trova a dibattersi. 
Ha accettato di far dirigere la sua opera da un regista accettato dal regime, perché il suo amico ha subito un “divieto di lavoro”, espressione ufficialmente vietata e che si lascia scappare.
In sequenza vediamo una scena della triste, deprimente, squallida vita di Wiesler, che  ascolta i telegiornali di regime, mentre mangia, solo, in una casa cupa e deprimente quanto lui, e subito dopo Georg Dreyman, lo scrittore, che gioca gioiosamente coi bambini, e poi corre dalla fidanzata.
Le due scene si svolgono in tempi diversi, una di sera, l’altra di giorno, proprio per indicarci che la messa in sequenza dei due momenti non è dovuta a necessità narrative del racconto, ma proprio all’intento del regista di confrontare i due protagonisti.

19° minuto: immagini “in soggettiva”, perché viste dai vicini, dallo spioncino della porta. (poi in modo più evidente nel 21° minuto)

21:22 immagine molto piccola e oppressa e circondata da travi che sembrano incombere su Wiesler, annunciano una situazione di difficoltà.
Jerska condivide la casa con altri perché non può permettersi di vivere da solo: la sua condizione lavorativa influisce pesantemente anche sulla sua quotidianità e vita intima.

25° minuto: “Ho parlato con lui della tua situazione, non la vedo così male, mi ha dato delle speranze, speranze molto concrete”.
Qui Georg deve recitare a più livelli:
1) il livello più elementare: recitare come attore in un film,
2) recitare una parte, nel senso di mentire con l’amico Jerska. Questa esigenza gli nasce spontanea dal vedere la sua disperazione. Gli dice che ci sono delle speranze che lui torni a lavorare, ma sa che non è vero.
3) Per poter dire la bugia all’amico egli deve prima di tutto mentire a se stesso.
Quindi in questi momenti vediamo un attore che in un film recita per noi nel ruolo di un uomo che sta recitando per dare una falsa speranza a un amico, e che per convincersene deve anche recitare nel senso di mentire a se stesso.

Quando Maria Christa gli chiede se Jerska verrà alla festa lui risponde che ha dimenticato di chiederglielo: in realtà anche lui è combattuto, ma al momento è più incline a servire il potere e a non mostrarsi troppo vicino ai dissidenti, quindi, “freudianamente”, dimentica di rinnovargli l’invito alla festa. (Atto mancato)
La cravatta: non la indossa perché è un simbolo della borghesia.
E’ un modo semplice ed efficace per dire che lui non “recita la parte del socialista”: ha realmente degli ideali socialisti. Il piccolo episodio del nodo alla cravatta è un altro modo per raffigurare come tutta la nostra vita sia costellata di piccole bugie innocenti anche con le persone che amiamo.
“Credo di conoscerti e tu riveli qualità nascoste”.
-         E non sai quante altre ne nascondo.
Altro accenno all’illusione di conoscere l’altro che subito dopo si rivelerà in una forma più drammatica: Maria prende psicofarmaci di nascosto al fidanzato.

Hauser: “Prima o poi dovrai prendere una posizione, se sei un uomo”.
L’amico gli rinfaccia apertamente la sua ipocrisia e la sua compiacenza verso il potere. Subito dopo Georg apre il regalo di Jerska: lo spartito “Sonata per le persone buone”.
Anche qui abbiamo in sequenza il richiamo a una definizione precisa: le persone buone. E’ una posizione chiara e semplice che sembra voler fare piazza pulita di tutti i sofismi, i relativismi, tutte le filosofie che in nome di soggettivismi, giustificazioni e contestualizzazioni varie rifiutano di definire ciò che è bene, e “i buoni” che lo seguono, e ciò che è male, e dunque i “cattivi”.

“Perché qui? Il tavolo dei dirigenti è laggiù!”
-         “Cominciamo a comportarci da buoni socialisti”.
In queste parole c’è tutta la psicologia di Wiesler e del suo superiore.
Grubitz vuole godere del suo status di privilegiato, Wiesler, invece, coerente coi dettami del socialismo, che esclude la divisione della società in classi, rifiuta ogni privilegio.

“Aiuteremo un membro del comitato centrale a liberarsi dei suoi avversari”

Poi gli ricorda che questo aiuterà entrambi nell’avanzamento di carriera. Implicitamente gli ribadisce di trovare qualunque cosa a carico di Georg.
L’unico vero avversario del ministro è il povero Georg, solo perché lui è amato dalla donna che il ministro ricatta. L’affermazione di Wiesler sullo scudo e spada del partito, e la risposta di Grubitz, sono entrambi ormai persino didascaliche, cioè illustrano in modo fin troppo esauriente l’anima idealista di Wiesler e quella opportunista di Grubitz.
La scena al 38° minuto è un altro ineffabile gioco di specchi: l’agente della Stasi viene colto in fallo dal superiore a deridere lo stesso apparato di potere che serve, il superiore lo esorta a continuare la barzelletta, l’agente continua, fingendo buon umore solo perché costretto. Il superiore prima ride, poi lo minaccia, rientrando nel ruolo di difensore del partito, ma forse più per il gusto di umiliare e minacciare un altro essere umano, poi ritorna a scherzare e a recitare la parte del superiore comprensivo. Ma si è informato sul nome dell’agente, quindi è come se lo avesse reso più vulnerabile. Il subordinato non potrà sapere, se non accorgendosi delle conseguenze, se e quando il ministro lo denuncerà. E comunque sentirà sempre questa nuova minaccia incombente. Un illustrazione in piccolo di come funziona il potere negli alti livelli della politica, coi ricatti e coi dossier, e non solo nelle dittature. 
Vi consiglio vivamente di ascoltare tutti i contenuti speciali del regista in cui lui descrive i mille retroscena, motivazioni, decisioni e problemi di ogni scena, ma vi riporto, per farvene un esempio, solo queste righe:
“Ho dovuto lottare duramente per questa scena – spiega che ogni scena costava di più e il budget era limitato, la casa di produzione gli chiedeva di tagliare questa ed altre scene non direttamente necessarie alla storia, come quella del bambino con la palla…
–       “… ma secondo me il lusso comincia dove finisce il necessario. Volevo che questo film fosse lussuoso e che mostrasse la bellezza e la vastità della vita. Volevo che il pubblico avesse la sensazione che vivere è interessante e che è meglio vivere che uccidersi. Perciò dovevo dare al pubblico più del necessario per capire la storia. Questa scena era importante per me e quindi ho lottato per lei come un leone ferito!”

La scena dello stupro: non si può che definire così perché è evidente che Maria è costretta a prostituirsi col ministro sotto il ricatto di non lavorare più né lei né il suo uomo.
La viscidezza e disgustosità del ministro appaiono in tutto il loro orrore: dopo aver costretto Maria a salire le dice che lui si preoccupa “del suo bene”, ma se lei non acconsente lui gli impedirà per sempre di lavorare, e per giunta ipocritamente le dice che se vuole può scendere. Maria mostra con la sua tensione e coi movimenti di tutto il corpo la sua opposizione e il suo ribrezzo viscerale verso il ministro.
Dopo essere stata costretta a un rapporto sessuale dal ministro si lava per attutire la sensazione di essere sporca dentro. Georg è distrutto dalla presunta verità che ha scoperto. Non sa in realtà che lei è ricattata e accetta tutto anche per il suo bene di lui.
Ne nasce un solco tra i due che si protrarrà per tutto il film.

La scena della prostituta. Perché il regista sceglie una prostituta brutta e grassa?
Dobbiamo credere che nella Germania dell’Est non esistessero prostitute belle? O che i dipendenti dello stesso ministero dell’interno, (o l’equivalente) non potessero permettersele? No. Il regista sceglie di girare questa scena così per indicarci lo squallore psicologico ed esistenziale in cui versano quegli uomini e in genere tutti gli uomini (e le donne) al servizio di un potere malvagio e tirannico. Anche per questo la donna dice che era già dentro il palazzo dei dipendenti del Ministero, che non avendo alcuna attrattiva e nessun fascino per attirare donne non mercenarie, si devono accontentare di prostitute, o peggio ricorrere ai ricatti e alle minacce, come il ministro stesso.
Wiesler chiede alla prostituta di restare anche dopo la fine del rapporto, per cercare almeno un residuo di rapporto umano, che non ha con nessuno e con nessuna.
E’ il profilo psicologico di un uomo totalmente e desolatamente solo, chiuso nella sua ideologia.
La poesia di Brecht: la bellezza ormai si è insinuata come in un virus nella mente di Wiesler, rappresentata tra l’altro dalla soffitta in cui lui è costretto a fare i conti con se stesso, col suo inconscio, col fatto di stare servendo un potere che scopre sempre più meschino e indifendibile, sempre più lontano dagli ideali in cui credeva.
Perché mentre legge non ha un cuscino? E’ una posizione visibilmente scomoda, che indica il suo disagio interiore, la sua lacerazione interiore, che egli tuttavia accetta, Perché è uno e che crede in quello che fa, e quando comincia a non crederci più vuole andare fino in fondo. Inoltre è un duro, uno abituato ai sacrifici in nome di ideali più elevati. L’ideale che sta seguendo, in quel momento, è la bellezza e la purezza, anziché un finto comunismo.

51° minuto: mentre Laslo Georg suona la sonata per le persone buone, dopo avere appreso del suicidio di Jerska, Wiesler è commosso, la cinepresa gli gira intorno per poter rivelare, pian piano, che sta piangendo, e anche il suo respiro è profondo, con tutto l’addome, la sua mimica facciale rende con pochi micromovimenti il suo sconvolgimento di fronte alla bellezza della musica.
Georg cita Lenin sulla musica di Beethoven: “Non devo ascoltarla o non terminerò la rivoluzione”. E’ una condanna inappellabile per tutti i politici di tutti i tempi.
La razionalità e la durezza della politica ci costringono ad alienarci alla parte più bella e più profonda di noi, quella dove risiedono ogni fantasia, creatività e amore per la bellezza. E solo così è possibile arrivare a perpetrare quei massacri di cui anche Lenin si macchiò. Pur essendo figure completamente diverse (e certamente più simpatico Lenin), è interessante ricordare che il ministro della propaganda nazista Goebbels si era innamorato di una ballerina straniera e per questo stava per lasciare il partito nazista.
53° minuto: “Mio padre dice che sono degli uomini tanto cattivi che mettono la gente in prigione!” A queste parole Georg reagisce inizialmente col suo tipico “riflesso condizionato di sbirro”: “Come si chiama tuo papà?” Poi invece emerge la sua parte più profonda ormai in tumulto che non accetta più di servire un potere malvagio e per esso tormentare gli altri: sta diventando una persona buona. Allora cambia idea e chiede al bambino non più il nome del papà ma quello della palla. Perché in lui è come se si combattessero un dottor Jeckyl e un Mr Hyde, e non è sicuro che non denuncerà il nome del papà del bambino, se dovesse saperlo.
Il dialogo tra il 56° e il 57° minuto tra Laslo e Maria, quando lui la implora di non andare col ministro, rivela il profondo intreccio tra la bassa autostima, il ricorso alle droghe, legali o illegali, l’accettazione dei soprusi cui la società ci può costringere, anche verso noi stessi, o il nostro compiacere consapevolmente il potere per averne un tornaconto, indipendentemente dal nostro reale merito.
E’ un dialogo assolutamente attuale anche in ogni democrazia.
Wiesler è completamente assorto nell’ascolto, in uno stato meditativo, quando interviene il subordinato, stavolta maledettamente puntuale, che con la sua volgarità lo distoglie violentemente da quello stato di intimo rapimento.

59° minuto: l’ingresso del bar ha visibilmente le tende di un sipario teatrale. Si annuncia il “teatro” all’interno del film tra Christa e Wiesler.
“L’ho vista recitare a teatro, e sul palcoscenico lei era la stessa che adesso. Era così com’ è adesso”. Lui non glielo può rivelare, ma ‘così com’è adesso’ vuol dire che era così come lui la sta conoscendo nella sua intimità, spiandola segretamente.
-         “E lei sa come sono?”
-         “Io sono il suo pubblico”.
Ognuno di noi è un attore/attrice con gli altri/le altre, ed è pubblico per tutti gli altri/le altre. Quando lei gli racconta la bugia della vecchia amica, Wiesler le risponde che in quel momento è una cattiva attrice, è come se lui le rivelasse chi è: lei per tutta risposta si toglie gli occhiali e le chiede che fine farà. Lui le risponde come Gerog: lei è una grandissima attrice e non deve vendersi al potere.

1°04”. Dopo che Maria decide, dopo il colloquio con Wiesler, di non andare all’appuntamento col ministro, Laslo dichiara che adesso troverà il coraggio di fare qualcosa. Si riferisce a un’azione concreta contro quel governo che ha fatto suicidare il suo amico e che costringe la sua donna a prostituirsi con uno dei suoi ministri.
La certezza di non essere solo gli darà la forza di agire.

1°08”. Laslo decide di passare dall’altra parte della barricata con l’articolo sui suicidi. Insieme agli amici scendono una gradinata e dietro di loro si vede una specie di mausoleo, forse per indicare che la sua parte vile e servile è morta?
Il fatto che Wiesler lasci scappare Paulus dalla frontiera ha una doppia valenza:
1)                da un lato ormai anche lui parteggia con i dissidenti;
2)  denunciare Paulus significherebbe svelare a Georg di essere spiato, e questo sarebbe
negativo anche per la sua parte ancora ‘poliziesca’, che vuole restare nascosta,
3)  infine, e soprattutto, sta diventando un complice di Georg, e fargli scoprire che anche casa sua è sotto controllo porrebbe fine a questa avventura che è iniziata all’interno di se stesso e che ormai è deciso a continuare fino in fondo.

Da 1°13” a 1°19” Per la prima volta Wiesler mente deliberatamente nel rapporto, Successivamente “copre” Hauser con la menzogna dell’opera teatrale per il 40° della DDR. Questo perché Grubitz fa un errore imperdonabile: racconta a Wisler delle torture inflitte agli artisti, in questo caso torture psicologiche, più che fisiche, che infliggono loro un trauma permanente e irreversibile dal quale non si riprenderanno più. E’ la goccia che fa traboccare il vaso: Wiesler è ormai troppo affezionato a Georg e a Maria per temere di causargli delle sofferenze simili. Anche lui come Georg è ormai dall’altra parte della barricata, e decide di nascondere i reati d’opinione di Laslo. Nasconde la busta che aveva portato a Grubitz.
Ma Grubitz  intuisce che c’è sotto qualcosa e tira fuori il sigaro, simbolo fallico di potere.

1°24” Maria dice: “ Potrei essere poco affidabile come ritengono i tuoi amici”.
-         Noi saremo sempre uniti, il resto non conta.
In Georg come in Wiesler, come in Maria, ci sono sempre delle parti di sé che lottano tra di loro, l’una per la solidarietà, la giustizia, la lealtà innanzi tutto con se stessi, l’altra per l’autoconservazione e per la via (e la vita) più comoda. E da quest’ultima parte di sé, Maria ne è consapevole, bisogna guardarsi e farle sapere meno il possibile perché potrebbe prendere il sopravvento.
La scena del ministro, sul suo letto con la coperta di lana militaresca, dura pochi attimi ma è indicativa della sua solitudine disperante, paragonabile a quella di Wiesler che ricorreva alle prostitute.

Dopo che Maria non ha più ceduto al ricatto di Hempf , questi dice chiaramente a Grubitz che non la vuole più rivedere su un palcoscenico, e non gli importa neanche se vivrà o morirà. Questo per chiarire oltre ogni dubbio, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che Hempf non provava alcun vero sentimento nei confronti di Maria, pur essendo attratto dalla sua estrosità, autenticità, insomma da tutte quelle qualità che a lui, becero omuncolo stupratore di regime, mancano completamente.
Quando Hempf chiede a Maria dell’articolo sui suicidi, lei reagisce con uno strano riso e pianto isterico. E’ il frutto di una lacerazione tra due pulsioni contrastanti, quella di non tradire il suo amore e quella di consegnarlo ai suoi nemici per poter continuare a recitare. In modo simile, quando un animale è combattuto da due desideri opposti ma di uguale forza, per esempio combattere o fuggire, può adottare un comportamento del tutto inspiegabile in quel momento, così fanno taluni uccelli che si lisciano le penne nei momenti meno opportuni e dai quali può dipendere la loro vita, cioé quando si trovano di fronte a un nemico rispetto al quale non sanno decidersi ad attaccare o a fuggire.

1°38” Quando Wiesler si presenta al comando della Stasi viene avvisato di andare alla sala interrogatori 76: è passato ormai dalla parte degli inquisiti, dei nemici del regime. La spalla e il volto incombente dell’altro militare nel momento in cui gli annunciano quest’ordine accentuano la caduta di Wiesler.
La sala interrogatori per Wiesler è comunque più confortevole di quella dei detenuti comuni, perché Grubitz con le minacce spera ancora di poterlo utilizzare per rimediare ai colpi subiti. Quando chiede a Wiesler: “Stai ancora dalla parte giusta?” Lui gli risponde “Sì!” Col volto incorniciato da una specie di aureola che pare dargli ragione. In realtà Wiesler vorrebbe rispondergli: “Io ho sempre voluto stare dalla parte giusta, poi mi sono accorto che era quella sbagliata, e allora sono passato dall’altra parte, quella giusta”.
Per tutto il film, il muro di Berlino, così come lo stipite della porta sotto cui è nascosta la macchina da scrivere, rappresentano il confine all’interno di noi, nel quale ci dibattiamo perennemente, tra il fare ciò che sappiamo essere giusto e il seguire la scia o strada più comoda, quella che segue la massa, che seguono tutti.
I Muri di Berlino all’interno della coscienza di Wiesler, di Maria, di Georg, di ognuno di noi.
“Dovrebbe pensare al suo pubblico”: Wiesler la rimanda al loro colloquio intercorso nel bar, e contemporaneamente si riferisce al pubblico che in quel momento ascolta fuori della sala, al pubblico del suo teatro, a lui stesso, e al pubblico costituito da tutti gli altri, come per ciascuno di noi. Forse è anche un messaggio in codice. Forse le sta comunicando che lui è dalla sua parte, dalla parte del suo pubblico, e che infine, anche se parlerà, lei e Georg riusciranno a uscirne indenne.
Il richiamo a “quello che lo Stato ha fatto per lei, da quando è nata”, rievoca l’indottrinamento che nelle dittature viene subito fin da bambini, così come del resto, nel capitalismo, ognuno di noi è indottrinato all’idea che se non segue le mode e i dettami del consumismo (auto, telefonini, tablet, i-pod, vestiti, chirurgia estetica, divi e calciatori, alcool e droghe, ecc.)  è uno/a “sfigato/a”.
La propaganda esiste ovunque, anche se in forme diverse.
“E stasera sarà di nuovo in teatro. Nel suo elemento, con il suo pubblico”. Wiesler è perfettamente conscio dell’indispensabilità del teatro per Maria, così come lo era per Jerska e lo è per Laslo.

“Sai cosa bisogna fare quando si cade da cavallo? Risalire subito in sella!”

E’ notoriamente vero, perché impedisce alla paura di stabilizzarsi e di prolungarsi.
Lo stesso varrebbe per la moto, l’auto, o per ogni altra cosa che ci abbia provocato  paura. Al ritorno a casa Christa fa di nuovo la doccia perché si sente sporca per aver rivelato il nascondiglio, per aver tradito.
Quando Maria-Christa muore, la sua posizione è inequivocabilmente simile a quella di un Cristo che si è sacrificato. Nella stessa posizione cade nella vasca infuocata la Sigourney Weaver in Alien 3, che così fa morire l’alieno dentro di sé, e anche Charlton Eston in “Occhi Bianchi Su Pianeta Terra”. Christa-Maria assomma in sé il nome di Cristo e quello di Maria, e Maria si chiama anche la protagonista di “Metropolis”, di Fritz Lang, che salverà l’umanità.
Quando il muro viene abbattuto Wiesler si alza e se ne va. Gli altri, che evidentemente lo riconoscono come leader, anche in quel misero scantinato, lo seguono.
Lui capisce che ormai quel mondo è crollato e con esso tutte le sue architravi del controllo e della censura.
“E sapevamo anche quando le capitava di lasciare sessualmente inappagata la nostra Christa Maria”. Per un simile stupratore, così ripugnante da poter pervenire all’atto sessuale solo col ricatto, la più meschina soddisfazione è rinfacciare a Dreyman di aver lasciato qualche volta “inappagata” Christa, come se lui, che la violentava con le minacce di non farla più lavorare, la lasciasse invece “appagata”.
Si esprime qui un’idea della sessualità come mero atto meccanico, scevro di ogni emotività e naturalezza, che possono pure esprimersi, talvolta, con delle vulnerabilità, così come, per gli altri apparati corporei, possono verificarsi indigestioni, insonnia, mal di pancia o mal di testa.
Georg riconosce Wiesler per strada, ma l’impatto sarebbe troppo forte per poterlo salutare con una pacca sulla spalla e chiedergli come va. Wiesler era stato, fino a poco tempo prima, inizialmente il suo persecutore, poi il suo salvatore.
Decide di esprimergli la sua gratitudine, almeno per ora, con la sua arte. Dedicandogli un libro intitolato “Sonata per le persone buone”.

Psico-recensione di "Confidenze troppo intime"

Corso di “Psico-cineforum”, Scuola “F. Besta”, a.s. 2011/12, prof. De Domenico Psico-Recensione di “Confidenze troppo intime”, di Patrice Leconte. 
Confidenze troppo intime è la storia di un cambiamento. Anna, (Sandrine Bonnaire), una donna con problemi coniugali si presenta da un commercialista, William, (Fabrice Luchini), scambiando erroneamente il suo studio per quello dello psicoanalista accanto. William è un uomo rigido, ingessato e intrappolato nella sua quotidianità, in un rapporto edipico con una vecchia segretaria oppressiva, ferrea custode del loro grigiore. La nuova “paziente”, bella e affascinante ma certo non un sex-symbol (è un film francese, non USA), sconvolge questa routine mortifera esattamente come la simbolica folata di vento che in una scena fa volare tutte le carte e squinterna tutto lo studio, o come il fuoco che divampa nel cestino per la cenere gettata da Anna. Il commercialista è fin dal principio scombussolato da questa nuova presenza, ma irresistibilmente attratto, e non ce la fa a chiarire subito l’equivoco. Cercherà di rimediare dopo, recandosi nello studio accanto per reperire il numero di telefono della quasi-paziente, dove lo psicoanalista lo accoglie con fare da mago-profeta-shakespeariano: mentre lui sta entrando nello studio, quello esclama teatralmente, guardando il lettino: “Divani profondi come tombe!” Lo psicoanalista, in questo film, pur avendo un ruolo marginale, non ne esce certamente bene. Si fa pagare dall’analista anche per due parole scambiate informalmente, quando il protagonista gli chiede della cliente finita da lui per sbaglio; si fa pagare persino il pranzo nel caffè sotto casa dopo averlo invitato lui stesso, ma soprattutto conferma l’idea, diffusa tra i critici della psicoanalisi, che questa finisca col diventare più un freno che uno stimolo al cambiamento. Infatti, quando un paziente grave, fobico, panicante, ossessivo-compulsivo, e chi più ne ha più ne metta, viene invitato da Anna a salire in ascensore, per superarne la paura, lui risponde: “Non posso salire sull’ascensore: il dottor Monnier dice che non sono pronto”. Ci sale comunque, grazie all’incoraggiamento della protagonista, e quando uscendone lui la definisce una grande vittoria, pur tra mille urli, lo psicoanalista lo attenderà sull’uscio dello studio, con un cipiglio e un pretesco colletto bianco, visibilmente contrariato da quella vittoria ottenuta senza il suo consenso e anzi disattendendo i suoi ordini. Il commercialista e la falsa paziente, anche dopo aver chiarito l’equivoco, sono ormai intrappolati nel fatidico transfert e controtransfert, in un gioco in cui la rigidità di lui si scioglie gradualmente nell’autenticità e nell’instabilità di lei, e il masochismo depressivo di lei si stempera grazie al buon senso e all’aiuto di una persona fin troppo coi piedi per terra, fin troppo soffocata, fino allora, nelle proprie certezze. Il cambiamento di lui è simboleggiato da alcune scene emblematiche, come quando lui a casa, da solo, improvvisamente si toglie la cravatta e si mette a ballare, o quando spolvera il suo studio e ci rimette i suoi vecchi giocattoli. Un dialogo è particolarmente interessante, anzi emblematico, tanto da non resistere alla tentazione di trascriverlo: Anna: Era l’accendino di mio padre. È tutto quello che mi resta di lui, oltre a una foto. E non so neanche se è davvero lui. (…) E’ morto quando sono nata, in un incidente d’auto. Guidava mia madre. Lei ha ucciso mia madre e io ho quasi ucciso mio marito. Adesso ha tutta la pratica. William: È strano. Anna: Che cosa? William: L’incidente che si ripete, così, di madre in figlia. Anna: Ha messo via la donna triste?(un quadro) William: Eh sì, poverina, era trent’anni che era lì. Anna: Sono trent’anni che abita qui? William: Anche di più. Ci sono nato. Non mi sono mai spostato. Quest’ufficio era di mio padre. Quando è andato in pensione me l’ha lasciato… (…) Anna: E suo padre che faceva? William: Come me. Anna: Ah! Anche questo si ripete di padre in figlio! William: Non avrei mai pensato di esercitare il suo mestiere. Quando ero adolescente sognavo di fare l’esploratore, conquistare molte donne, il mondo, e poi alla fine il mondo si è ridotto a questo appartamento (…) Anna: C’è una porta chiusa in fondo. William: E’ la camera dei miei genitori. Anna: No, stavo parlando di lei, non del suo appartamento. Piano piano, William riesce anche a trovare il coraggio di rimettere al suo posto l’oppressiva, mammesca segretaria, visibilmente contrariata dallo stravolgimento del suo vecchio commercialista. Lui non riesce più a seguire i clienti che gli parlano di soldi e tasse, li caccia persino via pur di accogliere immediatamente la bella “paziente” che naturalmente giunge nel suo studio (e persino a casa sua), nei momenti e nei modi più inaspettati, da vera eroe romantica. Ormai non possono fare a meno l’uno dell’altra. E la cosa bella e impressionante è che nonostante tutto i due finiscono realmente con l’aiutarsi a vicenda. Grazie a lui lei troverà il coraggio di liberarsi di un passato ormai opprimente, e di intraprendere il percorso per realizzare i suoi vecchi sogni. Grazie a lei, lui riuscirà a mettere fine a una relazione ormai consunta che non lo faceva più evolvere, e comincerà a vivere una vita diversa, non più scandita dalle occhiate e dagli impliciti ordini della sua segretaria, e dai rigidi schemi che la regolavano come una dichiarazione dei redditi. Significativo in questa doppia rivoluzione è il radicale cambiamento dei colori, degli sfondi, delle atmosfere che si respirano nel film, dapprima grigie, buie, tristi, poi colori caldi, solari, gioiosi. A Carl Rogers, uno dei fondatori della psicologia umanistica, sarebbe piaciuto.

Psico-recensione di GATTACA


Corso di “Psico-cineforum”, Scuola “F. Besta”, a.s.  2011/12, prof. De Domenico

Innanzi tutto una premessa. Ho scelto per primo questo film perché parla di un uomo che crede in se stesso e lotta contro i pregiudizi e la discriminazione. Anche se questo ce lo rende un eroe, è chiaro che questo non dovrebbe accadere.
Al contrario, la società dovrebbe dare a tutti la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità indipendentemente dall’etnia, dal colore della pelle, ecc., ma questo dovrebbe valere anche a livello familiare. Dovrebbero essere cioè in primis i genitori a dimostrare fiducia nei figli, così come gli insegnanti e gli educatori in generale, anche perché, come è esperienza di ciascuno/a di noi, il desiderio di non deludere chi crede in noi è più forte e potente nello spingerci a fare il nostro dovere più di quanto lo siano le minacce e le punizioni. Purtroppo non sempre gli stessi genitori sono consapevoli di ciò.

Il titolo Gattaca proviene dall’acronimo delle 4 basi del DNA: guanina, adenina, timina e citosina.

“Chi può raddrizzare ciò ch’Egli ha fatto storto?” Ecclesiaste 7,13
“Non penso solamente che interferiremo con Madre Natura, ma anche che lei lo voglia”.
Entrambe le citazioni, la prima dalla Bibbia e l’altra di uno psichiatra ci annunciano uno dei temi del film: il rapporto degli esseri umani con la scienza e con la conoscenza. Ricordiamo che anche nel mito di Adamo ed Eva l’albero da cui non si sarebbero dovuti cogliere i frutti era “l’Albero della Conoscenze del Bene e del Male”.
Quanto la scienza, la conoscenza e la morale, che si intrecciano inevitabilmente, ci possono aiutare? E quanto invece possono condizionarci negativamente, finendo talvolta con l’imprigionarci?
Anche le scene iniziali su cui scorre la sigla riportano delle immagini emblematiche della storia, rappresentate tra l’altro “in negativo”, come il rullino di una macchina fotografica non ancora sviluppato, per ricordare già un doppio, due realtà che si fronteggiano, per certi aspetti in lotta tra di loro, per altri completandosi.
Fin dalla prima scena vediamo anche un altro contrasto: il film è ambientato nel futuro, “un futuro non troppo lontano”, eppure alcuni suoi elementi sembrano riportare agli anni ’50: le automobili, l’abbigliamento.
Con ciò il regista ci rimanda al cinema noir[1], ed è anche un modo per segnalare che i temi fondamentali dell’animo umano e della vita sono sempre gli stessi, pur ripresentandosi in diverse forme. L’accento è perciò in primo luogo su una dimensione intrapsichica e una relazionale, anche se narrate, per paradosso, attraverso la scienza, usata in modo da squalificarle ed escluderle.

Scena del test antidroga: “Chissà perché i miei non me ne hanno ordinato uno così!?” Questa è la prima frase del film che ci informa di qualcosa di anomalo: parlando di un organo del corpo lo scienziato parla come se questi potessero venire ordinati, come dei piatti al ristorante.
L’attore comincia a spiegare direttamente in prima persona, parlando di quoziente genetico. Attenzione: non parla di un quoziente intellettivo, ma genetico, cioè una valutazione complessiva di tutti gli aspetti del patrimonio genetico, positivo e negativo, dalle aspettative di malattia all’intelligenza, dalla salute mentale ai vari talenti naturali…
“Si diceva che un figlio concepito nell’amore avesse maggiori probabilità di essere felice. Oggi non lo dicono più”.
“Non capirò mai cosa avesse spinto mia madre ad affidarsi a Dio invece che al genetista del luogo”. Mentre scorrono queste parole vediamo un Rosario, che simboleggia a mio avviso non tanto l’adesione a una determinata confessione religiosa, quanto piuttosto la fiducia in un legame con un ordine superiore che ci aiuterà e ci dimostrerà amore. La parola religione viene infatti dal latino “religio”: legame. Questo legame è spezzato dalla scienza che nel film ha reso tutto artificiale, compresa la riviera costruita dalla Detroit.
Vincent, nascendo in modo naturale, ha un DNA “naturale” che nel suo caso risulta fortemente svantaggioso: vengono elencate le probabilità statistiche delle malattie e disturbi che avrà, e persino l’aspettativa di vita.
In realtà il “fenotipo” si realizza non solo sulla base del DNA[2] (genotipo) ma anche dell’ambiente, delle relazioni, dell’alimentazione, ecc. Questo vale anche in ogni aspetto della salute, sia fisica che psichica.
Ma secondo il mondo genoista tutto è già predeterminato dalla nascita, e anche la nascita stessa è predeterminata con le modalità decise dagli scienziati, che si sostituiscono al caso, come invece è avvenuto per ciascuno/a di noi.
Nonostante tutto la mamma di Vincent dice: “Farà grandi cose, farai grandi cose”.
Il padre, invece, appreso che il bambino avrà dei problemi, non lo chiama più “Anton”, come desiderava, ma Vincent, lasciando Anton come secondo nome.
Chiamerà Anton il secondo figlio, quello che verrà ritenuto il migliore, e ne sarà fiero!
Così come si era fidata della natura facendo nascere Vincent in modo naturale, cioè con un DNA casuale, come tutti noi, la madre continua inizialmente a mantenere la sua fiducia nel bambino, fiducia che però verrà sempre più smorzata, e infine annullata dalle pressioni del mondo circostante. In un mondo in cui tutti i bambini nascono “programmati al computer” Vincent non viene neppure accettato dagli asili, perché tutti temono che possa farsi male e doverne rispondere, e le assicurazioni non sono disposte ad accettare questo rischio.
“Fin da piccolo imparai a vedermi come mi vedevano gli altri: malato cronico. Una sbucciatura o un graffio venivano considerati un pericolo di morte”…

Mi pare non ci sia nessun commento da fare su queste parole, ma osservarne solo la profondità e attualità. I genitori di Vincent decidono di far crescere il secondo figlio programmando il suo DNA al computer, un metodo quindi del tutto innaturale, che però, poiché lo fanno tutti, finisce con l’essere considerato il “metodo naturale”.

“Pensavamo se non fosse anche lasciare qualche cosa al caso…”

I genitori di Vincent sono coraggiosi: nonostante il primo figlio concepito in modo veramente naturale ma col quale hanno incontrato dei problemi, desiderano evitare che il secondo non abbia malattie, ma soltanto reali malattie, non programmare tutto il suo DNA al computer. Ma la risposta del genetista è chiara e pressante:
“Fate che vostro figlio parta in posizione di vantaggio”. Tutta la vita è ormai diventata un’orribile competizione fin dal concepimento. Come in una missione spaziale, niente dev’essere lasciato al caso. Tutto è ordinato, calcolato e previsto dalla scienza, o si crede che così possa essere.
Perché Vincent sogna fin dall’inizio di andare nello spazio? In “psicoanalitichese” potrebbe essere una forma di sublimazione: vivendo in un mondo a lui ostile cerca di difendersi e di allontanarsene, dunque non lotta contro l’ordine sociale, ma sogna una meta socialmente accettata, anzi ritenuta di prestigio.
Anche se nel suo caso questa meta implicherà ingannare l’ordine sociale stesso.
Prevalgono fin dall’inizio due tonalità principali, ottenuti con dei filtri fotografici e/o con dei tipi di pellicola: una calda, giallo-arancio, l’altra fredda, grigia, metallica.
E’ come se in tal modo il regista sottolineasse il calore della vita vera, più vicina alla natura, in contrasto con un mondo in cui la scienza è divenuta una dittatura al servizio dell’economia.
Il genoismo era divenuta la nuova forma di discriminazione , in cui le persone erano discriminate non più per il colore della pelle ma per la “qualità del proprio codice genetico”. Le procedure che Vincent descrive per identificare il patrimonio genetico di chiunque sono già reali e utilizzate, in molti casi giustamente, per esempio dalla Polizia quando deve indagare in omicidi e altri reati. In altri casi, in particolare negli USA, si stanno già verificando situazioni di abusi da parte di aziende, che indagano le caratteristiche genetiche dei candidati a un posto di lavoro.
Naturalmente sono abusi  illegali in tutto il mondo, almeno finora.
“Ma quel giorno successe qualcosa di diverso. Ogni volta che Anton tentava di distaccarmi, mi trovava sempre vicino a sé. Poi, finalmente, accadde l’impossibile.
…Mio fratello non era forte come credeva, e io non così debole. E quel momento rese possibile tutto il resto”.
Lo psicoanalista Alexander fu il primo a parlare nel 1956 di “esperienza emozionale correttiva”, ma questa espressione verrà poi riutilizzata e interpretata in modo lievemente diverso anche da altri gruppi e psicoterapie molto lontane dalla psicoanalisi. Si intende con EEC un’esperienza così forte e intensa ché dopo di essa, appunto, nulla è come prima perché abbiamo imparato a vedere il mondo “con occhi nuovi”. Come diceva Marcel Proust: “Viaggiare non è andare in nuovi posti ma vedere con nuovi occhi”.

“Se potesse ancora correre”: l’illusorietà di poter determinare il controllo della vita ci viene reso drammaticamente con l’immagine di un uomo geneticamente eccellente ma rimasto paralizzato a causa di un incidente.
“Qualcuno guarda più le foto?” In un mondo in cui tutto funziona coi codici binari 01, dove tutto è organizzato, gestito e controllato dai computer e dalle macchine, il viso, la voce, lo sguardo, tutto ciò che è umano ha perso ormai d’importanza.
La frase espressa con decisione “Questo non lo faccio” e l’immagine successiva della sega crea un contrasto abbastanza brutale, per farci immedesimare nei sentimenti di Vincent.
“Chi li ordina più i mancini ormai?” Anche questa frase da sola basta a dipingere un mondo completamente conformato e omologato, dove anche il semplice essere mancini viene visto come una cosa “diversa” e in quanto tale da evitare, anche se tutte le statistiche e l’esperienza ci dicono che molti mancini si distinguono per sensibilità, creatività e vivacità di pensiero.
“Jerome era stato progettato con tutto quello che serviva per entrare a Gattaca.
Salvo il desiderio di entrarci”. Questa frase ci indica come in quella società tecnocratica non siano minimamente considerate la volontà degli individui, le motivazioni, e siano assenti non solo i valori umani, ma gli stessi rapporti umani. Jerome, come gli altri, era stato “progettato”, proprio come un computer assemblato, come una macchina a una catena di montaggio, ma mettendo i “pezzi migliori”.
Dopo la prima mezz’ora compare una doppia scala a chiocciola, che rappresenta la doppia elica del DNA che ha condannato Vincent a una vita di reietto e Jerome a una vita apparentemente troppo facile senza nulla per cui lottare. L’avevamo già vista nell’incontro dei genitori col genetista, dietro di lui.
Pirata genetico: il concetto di pirateria assume in questo caso un valore positivo, in quanto per noi il protagonista è un coraggioso che non ha fatto nulla di male ma che si ribella a una società genoista, che è una variante del razzismo.
“Dicono che l’assenza di gravità sia come entrare nel ventre materno”: questa frase di Jerome sembra confermare l’origine psicologica profonda del suo desiderio di andare nello spazio, come ritornare al grembo materno per ricominciare daccapo in un modo più fortunato.
Jerome, progettato per essere il migliore, è un essere che non ha alcun motivo per vivere, e passa il tempo a drogarsi e ubriacarsi, per questo quando la sua identità viene rubata da Vincent, che si avvale finalmente di tutte le qualità e i privilegi “genetici” che Jerome aveva, questo gli dice “Sono fiero di te”.
E’ come se Jerome regalasse a Vincent il suo lasciapassare e Vincent si liberasse grazie a Jerome di tutte le sue discriminazioni e oppressioni.
E’ il tema del doppio,[3] ricorrente nell’‘800 e nel ‘900, in primo luogo per esempio in Dostoevski, in Oscar Wilde, in Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde), ripreso più volte anche nel cinema ((Fight Club, La donna che visse due volte, l’Uomo senza sonno e mille altri).

Al 45° minuto c’è questo dialogo:
“Nessuno supera il proprio potenziale.
-         E se lo fa?
-         Vuol dire che non abbiamo misurato abbastanza il suo potenziale!”

Questo illustra la fallacia di alcune procedure pseudoscientifiche, e non solo: con questo sistema nessun tipo di test può essere messo in discussione, perché, se fallisce e se non riesce a predire alcunché, se ne deduce solo che il test stesso era stato eseguito male. Il pensiero va ai test d’intelligenza in auge negli USA nei primi decenni del secolo scorso, dove molti bambini italiani europei o sudamericani o asiatici vennero discriminati perché rispondevano sbagliando, o non rispondevano ai test d’intelligenza che gli chiedevano domande sul baseball, che ovviamente era conosciuto allora quasi solo negli USA. (E non c’era internet!)
Sembra assurdo ma è storia. Oggi i test d’intelligenza vengono continuamente ritarati, cioè i loro risultati vengono riconsiderati continuamente confrontando le risposte con quelle di nuovi campioni statistici per ogni età, e si cerca di fare in modo che siano il più possibile cultur-free, cioè svincolati dalla cultura locale/nazionale, ma il pericolo del dogmatismo e della autoreferenzialità è sempre presente in ogni sistema di pensiero.
La scena in cui Irene dà a Vincent-diventato-Jerome il suo capello per fargli analizzare il suo dna, dicendogli “Se ti interesserò ancora fammelo sapere”, rivela la brutalità e l’aridità di un mondo in cui il valore degli esseri umani viene misurato sul loro patrimonio genetico, brutalità divenuta però la norma, un po’ come oggi veniamo abituati a valutare le persone in base ai loro averi materiali, e non per quello che sono. Lui, facendo cadere il capello volontariamente e platealmente dichiara in tal modo di non avere alcun interesse per l’insieme dei geni e per le probabilità statistiche ad essi correlate, ma solo per la donna che ha davanti, con tutte le sue qualità e difetti, nel suo modo di essere giorno per giorno.
Il direttore di Gattaca gli fa una domanda superflua per guardarlo bene in viso e confrontarlo con l’immagine diffusa dell’In-Valido, e la sua faccia accigliata fa pensare che abbia dei dubbi sull’identità di Vincent-Jerome, ma forse decide di far finta di niente, o vuole scartare l’idea che l’In-Valido sia proprio Vincent perché si è affezionato a lui?
Quando Jerome crede di dover scappare perché presto verrà scoperto, è il vero Jerome a insistere perché lui continui nel suo tentativo, con queste parole:
“Mi sarei venduto a qualcuno con più spina dorsale, – ma il termine inglese è brave (coraggioso), – se avessi saputo che tu mi avresti abbandonato e proprio sul più bello. Non puoi piantarmi in asso proprio adesso. Ho investito troppo in questa storia”. Più avanti affermerà: “Io ti ho prestato il mio corpo, tu mi hai prestato i tuoi sogni”.
Il vero Jerome, che non ha mai avuto una motivazione per vivere, che ha avuto la vita costruita fin dall’inizio da chi ha progettato il suo DNA eccellente, e che anche per questo viveva come un fallimento le sue medaglie d’argento, adesso vive nell’attesa che Vincent raggiunga il suo sogno, con la sua identità. I sogni di Vincent sono diventati suoi.
Quando Vincent dice: “Se non uscissi desterei dei sospetti”, con indosso i suoi occhiali che non dovrebbe più indossare quando è Jerome, il vero Jerome gli indica l’errore, dicendo: “E tu vuoi destare dei sospetti”. E’ come se una parte di Vincent volesse essere scoperta e il suo inconscio si esprimesse con quest’ “atto mancato”.
La scena in cui il poliziotto dà dello “storpio” al vero Jerome, – col bellissimo sottofondo del pianoforte, durante il concerto a cui è andato Vincent (colonna sonora interna) –  ci mostra di nuovo un’umanità con un grande progresso tecnologico ma con una povertà interiore desolante: la discriminazione, l’arroganza e la prepotenza che si ripetono, seppure nelle sue varianti in parte simili e in parte diverse: il genoismo (il nuovo razzismo), la segregazione, il classismo verso chi è considerato inferiore per un motivo o per l’altro: che sia un handicap o un dna casuale, mentre il controllo del locale dove “abitualmente vanno gli in-validi” fa pensare ai ritrovi per gay.
Vincent e Irene escono dal concerto, e contemplano la foto del pianista con 12 dita, ovviamente un risultato voluto dai selezionatori del dna. Quando Vincent afferma “12 dita o uno, dipende da come suoni”, lei risponde, risolutamente: “Ce ne vogliono 12 per quel pezzo”. Il sistema ha convinto la massa che quello è il migliore dei mondi possibili, tanto che certi pezzi musicali non si potrebbero neanche suonare con 10 dita, il che è un falso perché il pezzo suonato è di musica classica e quindi ovviamente si suona benissimo con dieci dita. E’ quello che avviene ogni volta che diamo per scontato che le cose possano essere solo come le vediamo o ce le fanno vedere.
Quando il detective ipotizza il movente del direttore di Gattaca, che cioè  avrebbe potuto opporsi alla missione, quello risponde: “Rilegga il mio profilo genetico, ispettore. Vedrà che non c’è nemmeno un’unghia di violenza”.
In realtà proprio lui si rivelerà essere l’assassino, e sarà l’ennesima dimostrazione che non esiste alcun determinismo/ineluttabilità tra dna e azioni che compiamo: il direttore non era predisposto alla violenza, ma la sua motivazione perché la missione proseguisse era tale che ha infranto la sua indole di per sé pacifica, uccidendo il direttore di missione. Nella scena in cui lui prende a pugni il poliziotto e scappa con Irene, Anton getta la maschera e chiama apertamente per nome il fratello: “Vincent!”. Da tempo ha capito tutto, anche perché conosceva l’ossessione che Vincent aveva per lo spazio fin da bambino. Vincent, vicino a essere acciuffato, è rappresentato con l’ombra di una grata che lo copre per intero, insieme a Irene.
Come i suoi genitori quando lo avevano generato, Vincent e Irene fanno l’amore vicino al mare, simbolo della sessualità e della stessa natura, e l’immagine è capovolta, come se l’amore tra i due permettesse finalmente di sovvertire le crudeli regole della società genoista. Grazie all’amore, e sfidando anche la legge, Irene e Vincent sono riusciti a superare i loro limiti.  Lui è andato oltre il suo odio per il mondo e la sua separatezza dal mondo dei “validi”, tanto che a lei aveva dichiarato poco prima: “E’ buffo. T’impegni tanto, fai tutto quello che puoi per scappare da questo pianeta, e quando finalmente il tuo sogno si avvera, trovi un motivo per restare”. Irene, invece, che aveva fino allora sempre creduto in quell’ordine sociale gretto e disumano, s’innamora del de-gene-erato, il pirata genetico, che viola la legge fondamentale di quella società.
“Jerome, per oggi devi essere te stesso!”
-         “Sai che è una cosa in cui non sono bravo!” Proviamo per un attimo ad astrarre la frase dal film: quanto siamo bravi a essere noi stessi, ogni giorno?
E chi siamo noi stessi? Quanto siamo noi stessi/e e quanto siamo invece quello che  altri/e desiderano che noi siamo?
Per Anton ormai è una questione personale. Esclude deliberatamente il collega, non gli rivela quello che ormai sa, e va a trovare da solo Vincent, prima a Gattaca, poi a casa. La scena in cui il vero Jerome si arrampica sulla scala a chiocciola, con la tipica torsione del dna, è fortemente simbolica: lui, che avrebbe dovuto avere una vita facile per il suo dna “di partenza”, è costretto a fare in quei momenti quello che Vincent ha fatto per tutta la vita: superare la condanna di un dna “sbagliato”, cioè casuale, come è nella natura delle cose.
Quando Vincent è infine costretto a rivelare a Irene la verità, che lui è un de-gene-erato, le dice: “Ti costringono a cercare anche i minimi difetti. E dopo un po’ non vedi altro che quelli”. E’ un po’ quello che avviene oggi con certi problemi/disturbi/malattie, e non solo, soprattutto nel campo psicologico e psichiatrico, dalla depressione alle dipendenze all’iperattività: si  insiste sulla loro origine esclusivamente biologica e genetica in particolare, si annulla ogni possibile motivazione e azione che possano apportare un cambiamento, relegando la soluzione ai farmaci, si cercano i sintomi, finché si trovano, e si occulta tutto ciò che va contro la teoria stabilita. Proprio come aveva affermato il direttore di missione:
“Nessuno supera il proprio potenziale.
-         E se lo fa?
-         Vuol dire che non abbiamo misurato abbastanza il suo potenziale!”
Per Vincent, invece, tutto è possibile. Purché ci si creda.
Quando i due fratelli si parlano apertamente ed Anton gli comunica la sua minaccia di denunciarlo, Vincent gli risponde:
“L’unico modo che hai per vincere è vedermi sconfitto?” Quando ripetono la sfida in mare, Vincent salva nuovamente Anton, anche se questo non ha mai fatto nulla per aiutarlo, al contrario, e in tal modo rischia di perdere tutto. Anton, da vivo potrebbe ancora denunciarlo, da morto invece no. Ma Vincent lo salva ugualmente dando prova di una pietà che raramente ha incontrato sulla sua strada.

Raramente, ma qualche volta sì. Infatti, la scena finale è rivelatrice sia per noi che per lo stesso protagonista. Prima di partire gli astronauti vengono sottoposti a un esame che non si aspettava. L’analisi delle urine. Non ha con sé un flacone e non può ingannare l’esaminatore. Durante la procedura quest’ultimo gli ripete quanto il figlio lo ammiri, e dice: “Mio figlio non è come mi avevano promesso, però chissà dove potrà arrivare, non è vero?”
Quando il test rivela che Vincent è invalido, lui si aspetta di essere denunciato, invece l’esaminatore per tutta risposta cambia l’esito col profilo valido, lasciandolo proseguire. Vincent lo guarda con infinita gratitudine, rendendosi finalmente conto che ha potuto fare quel che ha fatto non solo con la sua volontà, ma anche grazie alla bontà e all’aiuto di altri, così come i tedeschi che nascondevano gli ebrei perseguitati dai nazisti. Vincent è stato aiutato da Irene, probabilmente dal direttore della missione, che forse aveva capito, dallo stesso fratello che comunque alla fine aveva scelto di non denunciarlo, e soprattutto dall’esaminatore, che sapeva tutto fin dall’inizio, come gli fa capire raccontandogli di come si era tradito: “Per il futuro ricordati, che chi usa la destra non tiene con la sinistra”.
Nelle ultime scene Vincent si avvia verso il tubo che lo condurrà all’astronave, con un’altra evidente simbolizzazione degli spermatozoi nel loro percorso verso la fecondazione, così come  la botola di chiusura dell’astronave è uguale ai contenitori per il congelamento del seme. L’astronave rappresenta la nascita, è come se lui, partendo per Titanio, azzerasse tutte le difficoltà a cui in realtà è stato condannato non dai suoi geni, ma dalla società che su questi ha eretto un sistema discriminatorio e segregazionista.
E può farlo solo dopo avere risolto il problema col fratello, dopo avere trovato l’amore, un amico che lo ha aiutato, dopo avere scoperto che non era da solo a condurre la sua battaglia ma che altri lo avevano sempre aiutato.
 “Dicono che ogni atomo del nostro corpo una volta apparteneva a una stella. Forse non sto partendo. Forse sto tornando a casa”.




Una piccola precisazione sul fumo: “Gattaca”, ambientato in un’atmosfera a metà tra il futuro e anni ’50, non può non ricalcare la mania di pubblicizzare il fumo (di sigaretta), seppure per poche scene.
Per par condicio e per farvi riflettere sul lavaggio del cervello pro-tabacco che le multinazionalit ci inculcano da decenni, vi suggerisco di vedere questo film:

Thank you for smoking



[1] “Il film noir è un sottogenere cinematografico di film giallo, che ebbe il vertice negli Stati Uniti negli anni quaranta e cinquanta. Oltre al tema di un'inchiesta ed all'ambientazione tipicamente cittadina, il film noir prevede forti contrasti di luci tra bianco e nero, che rappresentano simbolicamente il conflitto tra bene e male”.
(da http://it.wikipedia.org/wiki/Film_noir). Notasi che anche qui c’è un’indagine poliziesca, il dilemma di dove stia il bene e dove il male, mentre il contrasto cromatico è dato non più dal bianco e dal nero ma da colori caldi (anche per i filtri giallognoli) e freddi.

[2] Lo stesso titolo proviene dalle iniziali dei 4 elementi del DNA: guanina adenina, timina e citosina.
[3] Il ‘doppio’, problematica che ora affronterò a proposito della letteratura, consiste nel rapporto molto particolare che vige tra il protagonista del romanzo e, appunto, un doppio che può essere un altro personaggio (come ne ’Il compagno segreto di Conrad), un’ombra, una voce, un oggetto (come ne ‘Il ritratto di Dorian Gray’).Relazione particolare in che senso? In genere è come se il protagonista e il suo doppio facessero parte di un tutt’uno che è stato diviso, e per questo entrassero in una sorta di conflitto, interiore o meno, che deve essere in qualche modo risolto.
(http://www.atuttascuola.it/risorse/italiano/doppio_in_letteratura.htm)

domenica 29 gennaio 2012

IL VANTAGGIO DI ESSERE DEPRESSI/E, ASOCIALI, APATICHE/I E FUMATORI/TRICI

Ogni tanto penso che vita beata hanno i/le depressi/e che si svegliano in tarda mattina o il pomeriggio, (a prescindere naturalmente dagli incubi che hanno avuto la notte), e già ricominciando a soffrire per il fatto di essere vivi, riprendono a fumare, per ammazzare il tempo, con l’unica speranza di riaddormentarsi presto, e magari di non risvegliarsi mai più. E sì, perché pensate che vita semplice è mai questa.
Non lo immaginereste ma quest’idea mi è scaturita leggendo dei giornali.
Non un giornale, ma dei giornali. Sì dà il caso che purtroppo io sia un po’ ossessivo e collezioni vari giornali per selezionarne gli articoli più interessanti, leggerli e se lo meritano conservarli. E cosa c’entra mai questo con la depressione, direte voi?
C’entra, perché bastano pochi giornali (per non parlare di internet), per ricordarci quanto vario e ricco e immenso e bello sia il mondo, pur con tutte le sue storture, le deviazioni e le aberrazioni che in esso vi sono. Mi basta leggere di un concorso letterario per ricordarmi che dovrei trascrivere sul computer una trentina di quaderni scritti a penna, tra tanta immondizia qualcosa di carino potrò pur avere scritto da mandare a un concorso no? Beh se per questo mi basterebbe rivedere e correggere il migliaio di pagine scritto in passato, anche lì ci sarà pure qualcosa di bello no?
Pensate che se fossi stato solo depresso a piangermi addosso e a fumare, non avrei scritto nulla. D’altra parte, non ho mai imparato a fumare. Poi spesso gli articoli ritagliati restano lì ad ammuffire e ne leggerò solo qualcuno. Non perché non m’interessino, m’interessano invece. Ma m’interessano altrettanto qualche decina di libri che già ho, e che dovrei leggere da una vita, e non parliamo di quelli che dovrei comprare… Uno dei miei episodi preferiti de “I confini della realtà” è in una vecchissima serie, con un impiegato di banca che s’imboscava ovunque pur di starsene a leggere per i fatti suoi, sia al lavoro che in famiglia. Tutti lo criticavano per questo. Ma io posso capirlo bene. Per me entrare in una libreria è un problema perché se solo penso a quante cose interessanti, dalla storia alla psicologia, dalla filosofia alla spiritualità alla meditazione alla sessuologia al teatro al cinema alla fotografia, meriterebbero di essere lette, davvero mi deprimo. Starsene a letto a piangere e fumare è una cosa infinitamente più semplice. L’unico palliativo che posso adottare è entrare in una libreria quando so già quale libro acquistare, un libro che per qualche misteriosa alchimia ha superato la concorrenza tra altri milioni di volumi, prenderlo e subito andare alla cassa con gli occhi semichiusi, per non farmi catturare dagli altri (libri). Devo dire che anche questo risulta molto difficile perché nonostante questa strategia l’occhio può comunque cadere su uno scaffale con un libro accattivante che un impiegato infingardo ha piazzato con la copertina frontalmente, così che se il titolo e la copertina mi vincono, posso tutt’al più resistere al momento, ma presto ritornerò a comprarlo.
E a proposito di cinema, di teatro, di fotografia, che dire allora delle mostre e degli spettacoli? La cultura è così immensa che è un vero problema saper e dover scegliere tra migliaia di mostre, di spettacoli, di film, dai cinema d’essai alle mostre di arte contemporanea in cui non si capisce un tubo, alle retrospettive del Caravaggio agli spettacoli del teatro di ricerca, classico, il cabaret, la clownerie, di strada, la giocoleriai... per questo la vita ideale non è solo quella del depresso fumatore: è meglio se il depresso fumatore è ignorante. Più ignorante è, meglio è. Non nel senso di ignorante come sprovvisto di titoli di studio o di bagagli nozionistici, ma nel senso che non abbia alcuna curiosità per il mondo, per alcuna arte, alcuno sport, alcuna attività e ovviamente per alcun’altra persona. Infatti, già abbiamo parlato degli sterili e morti libri e di appena un po’ più vivi spettacoli, mostre e film, ma pensate quale problema sarebbe vivere per uno che fosse interessato a praticare degli sporti, che sia il chickboxing o l’alpinismo, la vela o il tiro con l’arco, il calcio o il ciclismo. Basterebbe uno solo di questi interessi, la musica o la scrittura o la lettura, il cinema o la fotografia, l’atletica  o lo sci di fondo, per riempire non una, ma decine di vite. Pensate quale dramma, quale angoscia, quale tormento per chi di questi interessi ne avesse più d’uno, 3, 5, 10? Dovrebbe vivere fino a mille anni per poterli  soddisfare, solo in minima parte.
E sempre con l’insoddisfazione di non leggere o scrivere o suonare o comporre o boxare o ballare o biciclettare o fotografare o dipingere abbastanza.
Volete mettere con la serenità dello svegliarsi a letto e piangere, sempre contornati dalla meravigliosa aureola della sigaretta, con la speranza aggiuntiva che essa possa accorciarci ulteriormente la vita?
E non abbiamo detto ancora nulla. Perché non abbiamo ancora  ricordato da quale peggiore sventura il depresso psicotico si salvi. Il rapporto con gli altri e con il mondo.

mercoledì 25 gennaio 2012

Recensione "The Artist"


Premessa: è una recensione dove racconto abbastanza. Poiché NON voglio danneggiare il film, leggetela solo se l'avete già visto, o comunque se non è più in proiezione dove abitate. 
15  1
La storia di George Valentine è una splendida metafora sulla comunicazione. Egli non solo finisce la sua carriera con l’avvento del cinema sonoro, quindi un crollo professionale, ma anche il suo crollo umano e sentimentale è dovuto alla sua incapacità/non volontà di rapportarsi agli altri.
Il suo cane, che non è dotato di parola, significativamente “parla” molto più di lui, ed ha per questo un ruolo essenziale nell’economia del film. E’ come se fosse il suo angelo custode, o la parte più saggia di sé: è lui che gli salva la vita, riuscendo a convincere un poliziotto stupido e testardo ad accorrere all’incendio dove il suo padrone sta morendo.
Quando sua moglie, con la quale non c’è più alcun rapporto da anni, se mai c’è stato, gli dice: “Dobbiamo parlare”, lui nicchia, si trincera dietro lo stesso silenzio del suo cinema muto.
Quando la donna che lo ama gli lascia il suo numero di telefono perché la chiami, lui non lo fa, lei lo rincorre per anni ma lui è chiuso nel suo naricisismo, ritenendola per giunta colpevole della sua fine artistica, lei che del cinema sonoro ha fatto la sua fortuna.
Lui rifiuta di parlare sia con chi lo ama, che non lascia neanche entrare in casa quando lo va a trovare, sia con sua moglie con cui non c’è più alcun affetto, e realizza un film muto in cui dichiara alla donna con cui sta di non amarla, mentre viene inghiottito dalle sabbie mobili.
Rifiuta anche di adattarsi o perlomeno di provare, di cimentarsi, di cercare un compromesso col nuovo cinema sonoro che si affaccia all’orizzonte.
Chiuso nella sua depressione e autocommiserazione narcisistica, persino dopo che la protagonista lo accoglie amorevomente a casa sua e gli dichiara il suo amore, torna in quel che resta del suo appartamento in rovina e si accinge al suicidio, anche stavolta frenato e ostacolato dall’amorevole cane.
Il rumore è sinonimo di comunicazione: nel suo incubo ogni suono gli incute il terrore, e il suono è per lui comunicare. Comunicare ci costringe a confrontarci, a prendere atto di quello che va e di quello che non va, a uscire da noi stessi, dal nostro cubicolo narcisistico, a riconoscere quello che vogliamo e quello che non vogliamo, quello che desideriamo e che non desideriamo, quello che facciamo perché vi siamo spinti dalle circostanze, dalle consuetudini, dalla società (come un matrimonio fallito), oppure perché lo vogliamo, perché lo vuole la parte più profonda di noi - il cuore, l’anima, o chi per lei.
Parafrasando Woody Allen: tutto quello che avremmo sempre voluto dire e fare, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di dire e di fare.
(L'immagine sotto è presa da facebook)





sabato 14 gennaio 2012

Psicologia del SUV


14  1
Già due giorni fa avevo scritto ieri “Psicologia del suv”, dopo avere appreso della morte di un bambino nel cortile di un asilo, investito da un suv.
Ahimé ieri si è aggiunta l’ennesima tragedia del vigile urbano, Niccolò Savarino, travolto nel modo più barbaro  e crudele da un altro suv. Il fatto che di lui e della caccia ai suoi assassini non si sia più parlato dopo l’affondamento della nave e la perdita della tripla A mi dà un motivo in più per ricordarlo.
Fortunatamente non sono un giornalista e non devo rincorrere la cronaca.
Quanto accaduto sembra l’ennesima amara conferma della pericolosità dei suv.
Nell’articolo che segue avevo parlato di un’aggressività e una competitività arcaica, inconscia, antropologica, che nel suv trova una sua manifestazione simbolica e sostitutiva.
Ma non dobbiamo dimenticare che un simile neo-carro armato in in abiti borghesi si presta a maggior ragione per crimini così barbari, quando queste auto sono acquistate o rubate da esseri che probabilmente ammazzerebbero con la stessa indifferenza a bordo di una piccola auto. Purtroppo però il volume di questi automezzi è tale da non lasciare alcuna chance di salvarsi alle vittime, come è accaduto al povero Niccolò.
Ho definito questo atto barbaro, e istintivamente anche a me vengono in mente gli aggettivi “bestiale, animalesco”. Ma anche in tal caso si tratta solo di condizionamenti. Condizionamenti storico-linguistici.
Se ci pensiamo bene, probabilmente nessun popolo barbaro ha mai compiuto, in termini quantitativi, gli stessi massacri, genocidi, invasioni, schiavizzazioni di massa, come i popoli “civilizzati”, anche se alcuni di questi hanno subito la condanna della storia, altri continuiamo a ricordarli come nostri progenitori e persino esempi.

lunedì 2 gennaio 2012

Stai sconnesso!

13   11   2011
Anche e soprattutto i modi di dire esprimono un tempo, un clima culturale, uno Zeitgeist. “Prelevare” i soldi dal bancomat fa macabramente pensare a un prelievo del sangue. Una pubblicità diceva un prezzo specificando: “Tramonto incluso”, nella cupidigia, non tanto ironica, ahimé, di includere simbolicamente anche i tramonti tra le merci monetizzabili.
Allo stesso modo, ci è ormai stata inoculata in modo permanente questa ossessione dell’ “essere connessi”.
Gli insegnanti sanno che ormai per molti ragazzi/e è veramente difficile, almeno a ché non glielo abbiano già insegnato eroicamente i genitori, con grande costanza e grandi sacrifici, è veramente difficile per loro tenere il telefonino spento per più ore di seguito. E’ come se, nel loro inconscio, il cellulare acceso corrispondesse al loro cuore: spegnerlo equivale alla morte. Anche perché a quell’età, giustamente e normalmente, gli adolescenti e i preadolescenti in particolare, sono così legati alle dinamiche del gruppo, da un lato, e ai primi amori dall’altro, che ricevere un messaggio in ritardo può essere vissuto o da loro stessi/e o dal loro o dalla loro pretendente o spasimante come un segno di poca attenzione, di poco amore, col conseguente rischio di perdere per sempre il principe azzurro o la bella addormentata.
Ma finché questo valesse solo per gli adolescenti, e solo per il cellulare, saremmo già a buon punto.
No, il punto è un altro. Ormai, con le tecnologie wi-fi, che, ahimè si dà troppo facilmente per scontato che non diano alcun effetto sul corpo, (così come i forni a micro-onde) e, per quelli che ci credono, anche sui corpi sottili, c’è la possibilità per tutti e per tutte di essere continuamente connessi non solo telefonicamente, ma a internet.
Presto, naturalmente, chi non avrà la possibilità, o deciderà di non usufruirne, sarà considerato un troglodita, uno che si perde la cosa più bella del mondo: essere costantemente in contatto con tutto e con tutti, con tutte le notizie, tutti i giochi, tutte le partite, tutti i pettegolezzi su Belen e Corona, sul grande fratello, sulle isole dei famosi, o anche sui pettegolezzi politici che danno la (pia) illusione ai più intellettuali di essere aggiornati su qualcosa di più reale e rilevante, solo perché anziché di bestemmie, di nominati e di tronisti si parla di spread e di debito pubblico, di patrimoniali e di privatizzazioni, anche quando in realtà di essi non si sa proprio un bel nulla. Perché siamo giunti a questo punto, a questa dipendenza dal mondo esterno, e dalla possibilità che gli altri ci contattino in qualunque momento?
Beh, molto freudianamente e quindi pansessualmente, quando i cellulari non erano ancora così onnipresenti e ahimè onni-squillanti come oggi,